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Standard urbanistici e dilapidazione urbana: i problemi strutturali del dibattito (urbanistico)

  • Immagine del redattore: Dott. Arch. Luigi Cacciatore
    Dott. Arch. Luigi Cacciatore
  • 28 set 2025
  • Tempo di lettura: 3 min

Aggressioni all’urbanistica postmoderna (ancora) al servizio della città contemporanea - PARTE III

Per Lecorbusier, ci ricorda il Prof. Bevivino, stabilire uno standard significa “sondare tutte le possibilità e dedurre un tipo che sia riconosciuto conforme alle funzioni, con un rendimento massimo, un impegno ridotto al minimo di mezzi, mano d’opera, materiale”.

 

"...Significa definire che i bisogni umani non sono molto numerosi e, poiché gli uomini sono fatti su uno stesso stampo, fin dalle più remote epoche a noi note, essi risultano assolutamente identici per ogni uomo; ossatura, sistema nervoso, sistema circolatorio. E si tratta di ciascuno di noi, esattamente e senza eccezioni…”

“…Se le nostre menti sono diverse, i nostri scheletri sono tuttavia simili, i nostri muscoli occupano lo stesso posto e realizzano le stesse funzioni; dimensioni e meccanismi sono dunque determinati.”

“…Il problema è quindi impostato, pronto per chi saprà risolverlo nel modo più ingegnoso, più valido e con minore spesa”.

 

La standardizzazione dei bisogni, tanto individuali quanto collettivi, costituì uno dei caposaldi del programma riformistico da parte dell’allora governo di centro-sinistra, promosso mediante il varo di quel famoso documento programmatico per la riorganizzazione territoriale degli anni ’80 (c.d. Progetto 80), i cui Relatori e componenti di Commissione – tra le figure più rappresentative della storia urbanistica del dopoguerra – condensarono gli sforzi di ricerca su quelle tematiche già ampiamente esaminate e collaudate attraverso la linea dei CIAM nel corso dello sviluppo del pensiero razionalista; il verde, i servizi e le reti di infrastrutture costituivano infatti un ricchissimo patrimonio urbanistico di matrice tedesca del XIX secolo da poter tradurre in un vasto programma burocratico italiano, il cui prodotto finale – il D.M. n. 1444/1968, prescritto nella cornice della Legge n. 765/1967 – costituisce tutt’oggi, sul piano culturale, testimonianza delle incursioni avanguardistiche nel mondo dell’urbanistica, nonché atto propulsivo, dal punto di vista amministrativo, di un importante enfiamento normativo (“Plurimae leges corruptissima republica”, diceva Tacito) così descritto da T. Bevivino nel ’91:

 

“…L’edilizia e l’urbanistica sono inflazionate da norme molteplici e spesso incongrue, ma la città legale non è meno brutta di quella abusiva…

“La norma, lo standard nella società di massa caratterizzata dalla produzione per il consumatore anonimo, sostituisce la “domanda” di architettura un tempo espressa direttamente dal committente”.

 

In senso ampio e pratico, gli standard urbanistici sono e saranno destinati a restare nel modello razionalista perché riferiti ad usi e principi della città concepita nel clima della rivoluzione industriale e governata dal fenomeno della motorizzazione, circostanza che condizionò nel profondo la definizione dei c.d. “minimi quantitativi” – poi riconfermati in sede di D.M. 1444/1968 – e che portò, fondamentalmente, all’eccesso: sovradimensionamento di infrastrutture stradali, parcheggi, verde e servizi, ossia, 18 mq di dotazioni pubbliche per abitante a livello di quartiere e 35 mq a livello urbano, al netto delle aree servizi e sedi stradali, che se determinate in via analitica alzano i valori rispettivamente in 25 mq/ab e 49 mq/ab, valori poi non così distanti da quelli istituiti dalla normativa del dopoguerra GESCAL o I.N.A. del Rigotti.

 

A fronte di un patrimonio edilizio del tutto sufficiente, il dibattito urbanistico degli ultimi decenni continua a focalizzarsi sulla necessità di urbanizzare il territorio imponendo standard parametrici divenuti da tempo incompatibili con i bisogni delle città contemporanee: bassa densità insediativa, basso rapporto di copertura (6%-12%), bassi indici edilizi, modelli radi e discontinui.

 

Si, è (anche) un problema di modelli.

Eccome se lo è.

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