L’eco urbanistico di Pier Paolo cinquant’anni dopo la scomparsa
- Dott. Arch. Luigi Cacciatore

- 3 nov 2025
- Tempo di lettura: 2 min
La conservazione della forma e del profilo urbano in difesa della storia dell’uomo e delle sue città: la lezione urbanistica del poeta-regista PPP

L'anno prima di morire, nel 1974, Pasolini si reca sotto le pendici della città di Orte per spiegare a Ninetto Davoli le cause del dolore provato nell’osservare la manifestazione contemporanea di due mondi, così distanti e diversi fra loro: la perfezione del borgo antico sul crinale del colle e le nuove costruzioni nel fondo valle. Ninetto Davoli, che lo guarda innamorato mentre muove la camera sul paesaggio, fuma una sigaretta in silenzio.
Nel reportage trasmesso dalla R.A.I. a febbraio di quell’anno, PPP dimostra come l’inquadratura si riveli strumento per raggiungere la perfezione stilistica assoluta della città: “ma se <panoramico>..” ossia, allargando la camera – dice il Poeta - la vista complessiva sulla città di Orte, perde, nella sua interezza, quella perfezione di profilo urbano e architettonico proprio del borgo storico; alle pendici, un corpo moderno “dall’aspetto, non dico orribile, ma estremamente mediocre” vìola le pendici naturali del colle invadendo il paesaggio urbano e naturale, da sempre – o quasi – così equilibrati e posati.
“Basta che io muova questo affare qui della macchina da prescolle ed appaiono vicino ad un meraviglioso acquedotto di fondo valle, delle moderne costruzioni civili, abitazioni popolari per l’esattezza, che il regista disdegna, non per uso e funzione, certamente, quanto per quel posizionamento di corpi tanto estranei allo spazio circostante da turbare il rapporto corrente tra la forma della città e la natura.
La lezione di tecnica urbanistica più profonda del mondo contemporaneo espressa oltre cinquant’anni fa da Pier Paolo: il confine naturale tra la forma della città e la natura che la circonda.
Il limite che è sempre esistito, ma che ad un tratto viene arbitrariamente valicato dall’uomo: la rovina delle città contemporanee.
Perché ciò che lo ferisce si cela nella profonda differenza dei mondi, nella mancata espressione del lessico architettonico inteso nel senso più vernacolare che ci sia; “un’incrinatura”, un “turbamento dello stile” nel rapporto con il territorio paesaggistico circostante.
Mentre ruota la cinepresa verso le pendici del colle, prosegue le sue polemiche contro l’omologazione – quasi una lettura ad alta voce di Scritti Corsari - percorrendo quell’anonimo selciato di ciottoli che conduce alle porte del borgo: una lacerazione inguaribile provocata dalla mancata difesa di ciò che è anonimo, popolare, privo di firme.
Una rabbia fortissima, inavvertibile nel tono, ma esistente, si estende nel monologo senza alcuna retorica: “voglio difendere qualcosa che non è sanzionato, che non è codificato: il passato anonimo, popolare, che non appartiene ad autori”.
Mentre parla, le sue frasi appaiono: lievi spostamenti della macchina da presa convertono ogni singola parola in immagini e sensazioni.
Una lezione di antropologia urbana ascoltata da tutti, ma rivolta solamente a Ninetto, il suo più grande amore: un monologo avanti anni luce, intriso di dolore e di speranza, custodito per sempre nelle coscienze di ognuno.







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