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La rovina urbanistica: colpa (anche) di standards “sessantottini” e di parametri non più idonei

  • Immagine del redattore: Dott. Arch. Luigi Cacciatore
    Dott. Arch. Luigi Cacciatore
  • 14 set 2025
  • Tempo di lettura: 2 min

Ancora riflessioni sull’urbanistica postmoderna (ancora) al servizio della città contemporanea (PARTE II)

"...l'auto è un avvenimento così importante che possiamo attribuire un ruolo di condizionamento dello spirito, è l'auto che crea la vita;...mettete in moto le macchine e tutte le porte si aprono, tutto è confuso e allegro..."


In "Urbanistica" Le Corbuiser sintetizzò il nuovo bisogno delle città spinte dal movimento della rivoluzione industriale, che in breve si tradusse in Italia come vero e proprio strumento, e metodo, di fare urbanistica.

Tutt'oggi molti dei P.R.G. italiani ancora in vigore cristallizzano quegli stessi principi e strumenti elaborati agli inizi degli anni '30 (zooning, tipi edilizi, densità insediative, etc) che riprocessati al termine degli anni sessanta con l'imposizione degli standards urbanistici in versione D.M. 1444/68, pre-tendono di poter (ancora) rispondere adeguatamente alle complesse problematiche dettate dalla città contemporanea, in effetti, molto diverse, tanto da quelle della città moderna, quanto da quella postmoderna.

Il tema delle dotazioni minime per singolo abitante, chiave di lettura da manuale per la risoluzione pianificatoria delle città nell’era post-bellica, si riconferma oggigiorno in tutta la sua crisi applicativa: i nuovi obiettivi e sfide del contemporaneo dettate da organi sovranazionali generano infatti la necessità di doversi necessariamente confrontare anche con valenze di tipo qualitativo.

 

"Il mio interesse per i problemi quantitativi e per i loro rapporti con quelli qualitativi costituisce una delle ragioni degli studi che ho condotto su singole città".

(L'architettura delle città, A. Rossi)

 

Le nostre città vivono ancorate a parametri ed alberi di processo prodotti da una duplice corrente: quella dell’urbanistica moderna, veicolata dalle teorie e metodi anni ’30 di stampo post industriale, e quella delle imposizioni parametriche postmoderne, tradotte dalla manualistica del dopoguerra scritta dagli stessi autori dell’area razionalista (Dodi, Calzolari, Rigottti, Doglio), membri di quell’anonima commissione che portò alla stesura di contenuto del D.M. 2 aprile 1968 n. 1444, la cui genesi potrebbe essere inquadrata nella dichiarazione di un addetto ai lavori dell’epoca:

 

“…Come conseguenza della esplosione urbanistica degli anni ’50 è risultata una serie di aree edificate più che urbanizzate: nella concentrazione insediativa urbana, nella congestione determinata della prevalenza dello spazio edificato sullo spazio urbanizzato, si riconosce il riflesso della distribuzione non livellata dei redditi che caratterizza il nostro sistema economico. La cultura urbanistica, nella ricerca di uno spazio insediativo umanizzato, reagisce a questa situazione attraverso l’imposizione, con legge-ponte del 1967, di “standards inderogabili” capaci di garantire, per talune attrezzature collettive, un minimo di idoneità insediativa. Conseguenza, la politica di piano, nel traguardo, indicato dal progetto ’80 di una nuova civiltà urbana…”

 

Nati dall’unione di un’articolata operazione burocratica ed urbanistica pressoché priva di visione culturale, gli standards si imposero con l’obiettivo di garantire una idoneità insediativa (antispeculativa) a carissime condizioni per l’uso del suolo; basse capacità insediative attivarono forme divoratrici di spazio (pubblico) favorendo il trasferimento della socialità ai “centri” privati per effetto della disgregazione formale di quello stesso spazio (morto e mortale), che siamo chiamati oggi a ri-generare.

Tra brandelli di bit digitali governati ancora da parametri postmoderni, chiediamoci: quale sarà il futuro delle città contemporanee?


Occorre ri-scrivere i parametri?

Si, con urgenza!


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