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La rovina urbanistica: tra declino urbano ed espansione senza sviluppo

  • Immagine del redattore: Dott. Arch. Luigi Cacciatore
    Dott. Arch. Luigi Cacciatore
  • 5 set 2025
  • Tempo di lettura: 3 min

Aggiornamento: 4 giorni fa

(Ancora riflessioni sull’urbanistica postmoderna (ancora) al servizio della città contemporanea) - PARTE I


Sul fenomeno della dilapidazione, Goethe ci racconta la nascita della città moderna:

 

“Le grandi città demoliscono i loro bastioni...a guardarle così viaggiando vien fatto di credere che la pace universale sia arrivata e che ci troviamo alle soglie dell’età dell’oro. Nessuno si sente a suo agio in un giardino che non abbia l’aspetto dell’aperta campagna, nulla deve far pensare ad un artificio, ad una costrizione; vogliamo respirare in assoluta libertà...ma ogni stato ha i suoi inconvenienti, tanto quello limitato quanto quello sciolto da ogni legame. Quest’ultimo presuppone una grande abbondanza e conduce allo spreco”.

 

e “Le affinità elettive”, avvertiamo, tra i caratteri fisici della composizione spaziale registrata dal Goethe, l’inquietante ipotesi che libertà ed abbondanza possano rappresentare, per le città, la causa dello spreco.

Dopotutto, la crisi delle città si manifesta proprio sotto forma di spreco, come “un’immane potlac officiato dagli urbanisti”, sosteneva il Prof. Bevivino.

Le più grandi città sono in decremento demografico, una tendenza evidente da molto tempo: ad inizio anni ’90 Roma perdeva più di ventimila abitanti, Milano trentamila, Napoli diciottomila.

Secondo i più recenti dati ISTAT, al 31 maggio 2025 la popolazione residente in Italia ammonterebbe a 58.919.837, in diminuzione di oltre 14 mila unità rispetto all’inizio dell’anno. Nel 2024 le nascite ammonterebbero ad oltre 360 mila, e i decessi per oltre 650 mila: un saldo naturale negativo per oltre 290 mila unità, ma, nonostante ciò, le città continuano a registrare un’espansione, che si potrebbe (ancora) definire, sulla traccia del Bevivino, “anelastica”, ossia priva di rapporto proporzionale con la crescita dei propri abitanti.

 

Le “Città, metropoli, megalopoli, necropoli” prefigurate da L. Mumford.

 

Dunque, a fronte di un’evidente stasi demografica, le città italiane si espandono: si continua ad urbanizzare e a costruire (alloggi, soprattutto, quando occorrerebbero più spazi cimiteriali, vista la tendenza!).

Disponiamo infatti di oltre 82 milioni di vani per un fabbisogno di circa 59 milioni di abitanti, mentre la crescita demografica è prossima allo zero. Questa crescita anelastica delle superfici urbanistiche rappresenta un problema da indagare seriamente e sul quale occorre porsi molti interrogativi: le città attraversano fenomeni di espansione senza sviluppo demografico.

Ma perché?

E soprattutto, per chi?

Se immaginassimo di concretizzare le previsioni dei P.R.G. italiani redatti tra il 1968 ed il 1980 (annate di evidente crescita demografica) a seguito dell’attuazione della L. Ponte e relativi standards urbanistici introdotti dal DM 1444/1968, otterremmo aree urbanizzate per soddisfare un fabbisogno di ben oltre 120 milioni di abitanti.

È giunto forse il momento di rinnovarci e di mettere definitivamente in discussione le teorie postmoderne tutt’ora in vigore, ri-proponendo modelli alternativi capaci di risolvere strutturalmente il problema rielaborando temi come la capacità insediativa, la qualità dello spazio pubblico e gli standards urbanistici.

Assistiamo infatti all’urbanizzazione per una società ingoiata nel suo presente, tra confini spaziali e non più temporali, che per effetto di una sclerotica disgregazione dello spazio pubblico - innescata (anche) dall’imposizione dei noti principi sessantottini del DM 1444 - ha drammaticamente trasferito le residue componenti della società in quell’incantato universo artificiale dei centri (commerciali), dimore dello sfrenato consumo rivolto alla dimensione privata ove pontifica il cancro più violento della società: la solitudine.


Dove vogliamo arrivare?

È questo il futuro riservato ai nostri figli?



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